Nei render di progetto, la struttura veniva rappresentata come un’opera leggera, con alberature rigogliose. Le immagini aeree del cantiere attuale restituiscono una rigida piastra metallica che incombe sulla via.

LIVORNO – Il cantiere per la riqualificazione dell’area mercatale di via Buontalenti e piazza Cavallotti entra nella sua fase conclusiva, ma parallelamente cresce l’onda di dissenso in città. Il progetto, firmato dal raggruppamento guidato da Binini Partners con Borneo Architecture, era stato presentato alla cittadinanza con la promessa di una profonda “rinaturalizzazione”: un polmone verde urbano caratterizzato da aiuole, pavimentazioni permeabili, fontane e giochi d’acqua. Tuttavia, la progressiva rimozione dei ponteggi e l’avanzamento della maxi tettoia in carpenteria metallica rosso fuoco stanno sollevando durissime critiche da parte di residenti, tecnici e storici dell’architettura.
Le voci dei tecnici: «Un errore monumentale»
A guidare il fronte del no è l’ingegnere Vito Borrelli, che inserisce l’intervento in un quadro più ampio di contestazione sulla gestione delle opere pubbliche a Livorno. Secondo Borrelli, si sta consumando uno «sfregio del contesto storico» a causa di un utilizzo invasivo del cemento all’interno di un tessuto urbano di altissimo valore monumentale, senza il dovuto rispetto per le preesistenze storiche.


Sulla stessa linea si esprimono altri esperti del settore, che non usano mezzi termini per definire l’impatto visivo della nuova copertura metallica: «Sembra un distributore di benzina che ostacola la vista di un’opera dell’Ottocento notificata come il Mercato delle Vettovaglie dell’architetto Badaloni. C’è da chiedere cosa ne pensa la Soprintendenza».
Sotto accusa c’è anche la scelta cromatica: «Il colore non si relaziona con nessuna delle tonalità circostanti. Se l’intento era creare un elemento ‘di rottura’, l’obiettivo è stato clamorosamente fallito: è una scelta pessima in sé».
I professionisti sollevano inoltre il timore che si tratti della replica di fallimenti passati: il pensiero va alle tettoie commerciali di Montenero Alto, realizzate per il Giubileo e oggi ridotte in rovina in attesa di demolizione, o alle strutture sul lungomare, già rimosse per motivi analoghi. «Politicamente sembrano tutti immuni da critiche, considerandosi depositari dell’urbanisticamente corretto», denunciano i tecnici.
Lo scoramento dei cittadini e il giallo del sottosuolo
Tra i livornesi che frequentano quotidianamente lo storico mercato all’aperto, attivo dal 1967, serpeggia l’ironia amara: «Sembra il Circo Massimo, senza averne però le qualità storico-archeologiche».
A riaccendere il dibattito è anche il ricordo di quanto accaduto durante gli scavi di fondazione. I lavori vennero temporaneamente interrotti per il ritrovamento delle tracce della Livorno del ‘500, una porzione di città antica che si estende dal piano stradale fino alla quota del fondale dei fossi. Un patrimonio archeologico emerso sulle cronache locali e poi, secondo le denunce dei comitati, repentinamente “abbuiato” per consentire la rapida prosecuzione del cantiere.




Il cortocircuito visivo: l’illusione dei rendering
Il cuore dello scoramento collettivo risiede però nel profondo divario tra le promesse digitali e la realtà dei fatti. Nei render di progetto, la struttura veniva rappresentata come un’opera leggera, quasi aerea, perfettamente integrata con alberature rigogliose che filtravano la luce solare attraverso apposite aperture nella copertura.
Le immagini aeree del cantiere attuale restituiscono invece una realtà molto diversa: una rigida piastra metallica che incombe sulla via, circondata da una massiccia pavimentazione in porfido.
Un impatto decisamente industriale che lascia pochissimi margini a quel potenziamento del verde urbano inizialmente sbandierato.
Nonostante tra i corridoi tecnici si parli già della necessità di un’istanza di demolizione popolare, la sensazione diffusa in città è che ci si trovi davanti a una “missione mpossibile”.
Il cuore storico di Livorno si interroga sul proprio futuro, diviso tra una controversa modernizzazione e il rimpianto per l’identità perduta.
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