Marco Pardini è l’autore della fiaba, è naturopata e scrittore

Lo scrittore racconta il suo nuovo libro, un ibrido tra fiaba, favola e novella dove le piante diventano protagoniste. Dalla Grotta all’Onda ai faggi-cattedrale, un viaggio nella memoria e nei benefattori che ci salvano
COLLESALVETTI – Non è solo un libro. È un modo diverso di raccontare la natura. “Teo, il mercante di nuvole”, l’ultimo lavoro dello scrittore Marco, presentato in questi giorni, è una fiaba a lieto fine, ma a struttura ibrida: un incrocio tra fiaba, favola e novella dove le piante sono protagoniste delle parole.
Ambientato in un paese di montagna poco prima e durante la Prima Guerra Mondiale, il libro ruota attorno a un’immagine che sembra magica ma è storia vera: il mercante di nuvole. All’inizio del Novecento, i mercanti girovaghi vendevano nelle fiere una novità assoluta per i bambini: lo zucchero filato, una “nuvola dolce” creata da una macchina di rame con un cilindro e una fonte di calore.
Ma la nuvola, spiega l’autore, è soprattutto una metafora.
“La dolcezza non è solo un sapore, ma un modo di vivere, di interpretare l’esistenza. Come i nonni che diventano più dolci con i nipoti rispetto ai figli, anche Teo, un anziano senza famiglia, scopre questa dimensione umana attraverso le relazioni.”
Il nome come dono
Profondo è il legame tra nomi, natura e figli. L’autore racconta il significato di Teo, abbreviazione di Doroteo, dal greco doron (dono) e theos (Dio): “dono di Dio”. Lo stesso significato del nome di suo figlio Mattia, dall’ebraico Mattias.
“Per me la vita e la natura sono qualcosa di estremamente divino, parlano un linguaggio spirituale. I figli non sono prolungamenti dei genitori, ma rami indipendenti. Sono una ricchezza straordinaria che dà senso all’esistenza.”
E la natura è la “prima casa”, come insegna il mito di Eco. Quando Narciso si innamora della sua immagine, volta le spalle a Eco, che può solo ripetere i suoni. È la frattura tra raziocinio e istinto primordiale. Oggi sappiamo tutto grazie alla tecnologia, ma abbiamo perso lo sciamanesimo, la capacità di vivere in armonia diretta con il bosco. Da qui l’ecologia, da oikos (casa) e logos (discorso): tornare a discorrere della nostra casa comune.
Il faggio, cattedrale vivente
Cuore botanico e poetico del libro è il faggio, Fagus sylvatica. L’autore lo descrive citando una pagina letteraria: “colonne di una cattedrale vivente”, tronchi grigi e lisci come zampe di elefanti che si innalzano verso una volta di foglie che muta con le stagioni, dal verde all’oro antico al rosso rame.
Non solo poesia. Il nome Fagus viene dal greco fago, mangiare. Le sue foglie primaverili, tenere, si mangiano in insalata con nocciole, olio e aceto di mele, ricche di vitamine A, B e persino D. I suoi frutti, le faggiole, tostate diventavano farina iperproteica per pane e focacce nei tempi di carestia. Il suo legno chiaro è stato per secoli tavola, pavimento, trave delle baite. Le sue gemme, in gemmoterapia, sono un corroborante che accorcia la convalescenza.
Le parole verdi e i benefattori
Il protagonista del libro vive una vita dura. Il suo unico conforto sono le “parole verdi” che sente la sera a letto: voci del bosco che gli parlano di piante e rimedi. Lui le memorizza e ogni quindici giorni, quando scende a vendere ricotte e formaggio a Borgo Acquadoro, le dona a Franceschino, un anziano di cui si prende cura.
È qui il ribaltamento rispetto al libro precedente dell’autore: se prima era un vecchio a proteggere un ragazzo, ora è un bambino a proteggere un anziano.
“Con gli anni la mia visione è cambiata. A 30 anni non penso le stesse cose. Io stesso ho avuto maestri. Il più importante è stato Adelmo, il pastore del mio paese. Dolce, erudito, conosceva a memoria i poemi cavallereschi ed era un guaritore con le erbe. D’inverno, davanti al camino, era il mio Netflix personale.”
Da questa esperienza nasce la riflessione finale sui “benefattori”: quelle persone che entrano fortuitamente nella nostra vita e vedono in noi una luce che nemmeno noi vediamo.
“Nessuno si fa da solo. È falso. Tutti abbiamo bisogno di spunti, occasioni. Ho avuto una maestra elementare, Adriana Frosini, che dalla prima alla quinta mi ha insegnato a fare domande. Ero ‘il signor perché’.”
L’autore li definisce “uomini e donne che creano nuvole”, come gli schermi dei fratelli Lumière su cui possiamo proiettare i nostri sogni. E lascia un messaggio: abbiate fiducia nella vostra capacità di dare vita ai sogni. Si avvereranno.
Un inno alla Grotta all’Onda, alle foreste e al suono pervasivo delle cascate che alimentano il fiume Camaiore, ma soprattutto un invito: abbracciare un albero non è ridicolo, è riattivare una connessione atavica, poetica e curativa.
